Segnali positivi dal mondo del vino italiano
News - 02/01/2006
Crescita delle esportazioni di vino italiano negli Stati Uniti + 13,6% in valore, consentendo di mantenere la leadership tricolore sul mercato statunitense. Riscoperta del piacere del vino in tavola per il 40,7% delle famiglie italiane.
In un momento che continua a restare
di estrema delicatezza per il mondo del vino italiano arrivano anche segnali
positivi, che indicano timidi, ma concreti, sussulti di riscossa dopo un
triennio (2002-2004) difficile per l’intera filiera.
Le esportazioni di vino italiano negli
Stati Uniti crescono del 13,6% in valore, consentendo di mantenere la leadership
tricolore sul mercato statunitense. I dati Ismea del dipartimento del Commercio
statunitense, hanno evidenziato nei primi sette mesi del 2005, un tasso
di crescita del “made in Italy” superiore a quello dei vini francesi,
che fanno registrare un aumento del 2,6% e di quelli australiani che segnano
un +2%, mentre complessivamente il mercato dei vini di importazione negli
Usa è aumentato del 9%.
Si tratta di un trend che consolida
il primato italiano con quasi un terzo delle bottiglie di vino importate
dagli Stati Uniti che sono “made in Italy”, un numero che supera quelle
australiane mentre sono poco piu’ di una su dieci (13%) quelle francesi
vendute però ad un prezzo medio nettamente superiore. Notizie confortanti
dopo che le esportazioni italiane hanno registrato nel 2003 un’annata
particolarmente negativa, che ha visto per la prima volta contrarsi il
saldo attivo della bilancia commerciale del settore. Buone notizie anche
dal mercato interno.
Le famiglie italiane riscoprono il piacere
del vino in tavola e ben il 40,7% - secondo una rilevazione Istat sui consumi
delle famiglie nel 2004 - sceglie una buona bottiglia per accompagnare
il pasto di tutti i giorni. La crescita nella quota delle famiglie che
acquistano vino è un dato particolarmente significativo per il mercato
perché mette fine ad un calo tendenziale nei consumi di vino domestici
registrato negli ultimi anni sia in Italia che in altri paesi. In Italia,
la loro quota nel 2001 era pari al 42,3%, nel 2002 è scesa al 39,9% per
risalire al 40,2% nel 2003 e al 40,7% nel 2004.
Si sta, quindi, delineando un’inversione
di tendenza molto significativa per il mercato del vino in quanto i consumi
familiari rappresentano uno sbocco importante per le vendite di vino, anche
se i maggiori spazi di crescita riguardano da tempo soprattutto il consumo
extradomestico, al ristorante, nelle enoteche, nelle mescite e nei bar.
E proprio gli operatori guardano con fiducia a questo rinnovato interesse
delle famiglie italiane per il vino di tutti i giorni e per l’evoluzione
del mercato nei prossimi 12 mesi: il 60% delle catene della grande distribuzione
e il 51% delle enoteche si attende vendite in crescita.
Oltre alla ripresa dei consumi familiari,
tra le tendenze che stanno maggiormente favorendo la crescita del consumo
di vino in ambiente familiare ed extrafamiliare va segnalato l’orientamento
crescente a bere vino anche come aperitivo. Nel 2005, gli italiani che
usano il vino come aperitivo hanno già toccato il 34%.
Un altro aspetto confortante è il fatto
che, nonostante la crescente pressione di vini stranieri sul mercato internazionale,
il 98% degli italiani dichiara di preferire il vino italiano. Detto questo,
però, non va dimenticato che il quadro complessivo resta ancora molto fluido
e necessita ancora di molto lavoro. La globalizzazione, in atto nel settore
vitivinicolo, ha progressivamente cambiato dinamica e geografia dell’”universo-vino“
del Vecchio Continente, aprendo la strada a nuovi scenari. L’accelerazione
dei processi di concentrazione di grandi gruppi internazionali, di reti
distributive nei più importanti mercati di consumo impongono la necessità
di sviluppare nuovi strumenti per dialogare con il consumatore globale
e adattare le strategie promozionali alle nuove esigenze.
Negli ultimi anni le aziende del settore
vitivinicolo hanno operato in modo costruttivo soprattutto per “linee
interne”: efficienza produttiva, miglioramento della qualità e contenimento
dei costi aziendali. Sicuramente il settore ne ha giovato, riuscendo a
fornire delle risposte alla domanda internazionale e garantendo spazi e
visibilità alle realtà aziendali. Ma garantire la competitività del vino
italiano nel lungo periodo significa allargare la sfera d’azione, agendo
cioè su “linee esterne”, introducendo i “plus” italiani nel paniere
della competitività, in cui la domanda è in veloce trasformazione, c’è
bisogno di “tararsi” in modo nuovo rispetto a quella domanda.
Bisogna studiare, per prima cosa, le
dinamiche dei mercati, le caratteristiche del prodotto, il posizionamento
di prezzo e la comunicazione, insomma, gli elementi basilari del marketing,
che deve essere applicato sistematicamente e con rigore, se è vero che
soltanto il 3% del mercato è considerato di riferimento per le aziende
vitivinicole. Bisogna favorire processi di formazione all’estero, soprattutto
in Paesi strategici come Usa, Russia, Brasile, Cina ed India, aprendo scuole
che formino chef specializzati nella cucina italiana e personale in grado
di comunicare adeguatamente le qualità del vino italiano.
I ristoranti italiani all’estero sono
stati storicamente, e continuano ad esserlo, i più efficaci e formidabili
promotori del nostro agro-alimentare. Da più parti si tende a considerare
l’Europa come un mercato maturo. Questo è vero solo in parte, ma il vino
italiano sui mercati dei vari Paesi europei è ancora lontano dall’avere
guadagnato le posizioni che gli spettano. Gli spazi da aggredire con possibilità
di successo restano molto ampi. Dobbiamo, quindi, puntare con più incisività
sul mercato europeo. L’Europa unita è a tutti gli effetti il nostro nuovo
paese. Resterà a lungo uno dei mercati più importanti, facile da raggiungere,
con una normativa comune, e un’ampia fascia di potenziali clienti che
mediamente consumano più di 20 litri di vino pro-capite all’anno. Nessun’altro
continente garantisce una cultura del vino così diffusa ed un consumo pro-capite
così elevato.
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